Giorni di sabbia


Melanie Moore tra amore e guerra. Due ragazzi nel conflitto tra israeliani e palestinesi: la loro vita, i loro amori, i loro sogni, le loro avventure. Con un messaggio di pace e fratellanza tra i popoli (…) Melanie Moore, che con questo libro sembra cambiare stile, abbracciando una prosa meno disinvolta ma forse più fresca e matura. OGGI

Vai alla scheda del libro

Melanie Moore è bellissima, ancor più di quando è fuggita dalla famiglia benestante per amore. Luna di carne, il suo primo romanzo, le ha dato notorietà e stima; in Giorni di sabbia continua la sua autobiografia con avventure durissime, immerse nelle assurdità feroci della guerra, ma anche nelle speranze e nei sogni che finiscono sempre per far trionfare la giovinezza. In un’intervista ha detto, e mi pare abbia ragione: “Se credi a qualcosa la puoi fare. E ce la fai quando non conti più gli errori che hai fatto…” Melanie Moore ce l’ha fatta..NANDA PIVANO

Leggi in anteprima alcune pagine del libro:


GIORNI DI SABBIA

Dalla levità vacanziera di una crociera Patricia e James approdano nella terra degli dèi, là dove scorre il sangue di tre religioni, le tre braccia di Dio che si scontrano l’un l’altra.
È in questo clima di precarietà, come se l’aria dovesse stracciarsi da un momento all’altro, che i due vivono la loro avventura. L’esperienza rischiosa di abitare a Betlemme, sul limitare di un campo profughi, “in quel cumulo di casupole malferme che ti sorridono amaramente, come il dolore”, diventa esperienza calata nella quotidianità del rapporto umano: la guerra è meno guerra quando ci sei dentro, ti meravigli di continuare ad andare a fare la spesa e che la vita continui a svolgersi nella rassicurante fisicità dei vicini.
Così, al di là dell’abisso culturale che separa l’oriente dall’occidente, c’è l’incontro tra esseri umani, l’amicizia che nasce dalla solidarietà della nostra comune natura. Patricia e James si incontrano con il vicinato proprio in questi bisogni primordiali che la guerra ha reso più evidenti, là dove basta una risata o una ciotola di riso per sentirti vicino. Così perfino l’estremista Hassan, che crede nelle ragioni del terrorismo (“Hassan, tu collabori con Hammas?” chiede Patricia, “Io collaboro con Dio” risponde Hassan), riesce a stringere un legame d’affetto con i due stranieri. Che, non avendo una terra alle spalle, una famiglia a cui telefonare o riferirsi, dimenticano l’Europa, diventano abitanti di quei luoghi, come se la precarietà di quelle giornate imprimesse d’eternità ogni minuto.
Il tempo, nella guerra, è un’altra cosa, assume la solennità di un misterioso incontro con la vita, proprio perché il sangue scorre nelle mitragliate, negli sguardi spaventati della gente, negli allarmi del coprifuoco. Così questo romanzo parla paradossalmente di pace, la scopre nelle oasi di bellezza delle tombe dei profeti, del muro del pianto, della moschea e del Sepolcro; la insegue nel deserto e questo diventa il clima del mito e della poesia, l’eden ritrovato, la gioia. Per poco, perché non è giusto fuggire ed astrarsi, e la pace non è un concetto o un idillio, ma impegno ed azione.
Giorni di sabbia diventa quindi una testimonianza; l’autrice fa parlare cristiani, arabi ed ebrei… parlano tutti dicendo la propria senza che piova alcun giudizio su di loro; parlano come se l’orecchio dell’autrice registrasse i loro discorsi. anche la protagonista, con la fragilità e l’entusiasmo ( ma anche l’immaturità) della giovinezza, vive e registra emozioni, paure, slanci di coraggio, in una terra dove la temperatura sale o scende a seconda dell’ultimo attentato. Ma se è vero che la coppia James-Patricia è il filo conduttore di un’esperienza che diventa la vera protagonista del libro, anche la giostra di volti e personaggi che gravitano attorno ai due assume un valore emblematico. A cominciare dall’allegra e disinvolta HilLary a bordo della nave, ricca signora che galleggia nella vita come una bolla di champagne, a Klaus, bodybuilder cinico e disilluso, a Clark, affarista brillante, a Matt Trevor, proprietario azzimato di lussuosi hotel… E ancora, una volta scappati alla volta di Gerusalemme, Frer Samuel che, la sua imperturbabile dolcezza, li porterà a Betlemme da amici cristiani ortodossi che, odiati dai musulmani ma amati in quanto arabi, vivono in una posizione ambigua. Essi sono Hassan, estremista che crede nelle ragioni del terrorismo fino a scomparire misteriosamente in un operazione poco chiara (“Abbiamo asce ed esplosivo” ripete orgoglioso), Samar, giovane e vivace neomamma che crede nell’America e la sogna come un paese dei balocchi, tra le vetrine e le luci di una metropoli che non potrà mai vedere (“Ti tirano l’acido in faccia se vai dagli ebrei” ); Keinath, remissiva moglie di Hassan; Faies, simpatico chiacchierone che confeziona souvenir; e gli abitanti di Betlemme, presenze impalpabili, occhi puntati alle spalle come pistole, in quel contrabbando di notizie che diventa una trappola mortale.
E le pietre, queste eterne protagoniste che cadono “come tante lapidi o meteore. Piovevano dalle mani dei ragazzini, dall’innocenza dell’adole-scenza, come se nessuno fosse colpevole…” Queste pietre che sfiorano tempie e gambe, che volano in aria e sulle inferriate delle finestre, sulla testa della sorella di Hassan instupidendola (“Siamo palestinesi cristiani, noi, e alla moschea dicono di farci fuori”); “perché tutti, bene o male, vendicavano Dio o il suo ricordo, ma tutti in modo diverso, a seconda di come lo si aveva ereditato: non dalla religione, dal sangue. Una sorta di Dio sciolto nei cromosomi…
E con la minaccia delle pietre quella di una guerra che respira ovunque, che sembra che t’aspetti dietro l’angolo ad ogni istante, che resta sospesa nell’allarme del coprifuoco, nella sirena dell’esercito, nelle mitragliate che trivellavano l’aria di paura (“allora ti accorgevi che la guerra era come un cane addormentato: speravi di passargli accanto senza che mordesse”).
Ma anche nella guerra la vita continua, Patricia e James dipingono, passano dalla parte ebraica di Gerusalemme, per Ben Yehuda come ad un porto sicuro per la civiltà, e scoprono cos’è la nostra civiltà (semafori, strade ordinate, ritmo veloce e produttivo, così diverso dal tempo di Betlemme che è un’altra cosa (“Era un mondo d’attesa e di niente, un mondo imbambolato”).
Così questo romanzo è pure la storia di un paradosso, quella tra occidente ed oriente, quest’impossibilità di un incontro, l’abisso di secoli che ci separa (“Niente luci, in questa notte medioevale che ci trasformava, noi donne occidentali, in brutte streghe. Quella notte medioevale che ti faceva finire sul rogo”). E nonostante quest’incomunicabilità il tentativo di capire, di incontrarsi e, accanto alla delusione di non poterlo fare (“Le parole non servono a nulla” dice Hassan, “Li metteremo al muro!”), c’è un messaggio di pace. Ma la presenza della morte, in fondo, ci rende tutti uguali, ed è in questi momenti che la narrazione si fa poesia, diventa incontro con il mistero dove il senso del sacro pervade ogni cosa e la trasfigura con un respiro d’eternità (i memoriali, il muro del pianto, il Sepolcro).
Gerusalemme diventa l’ombelico del mondo, “C’era qualcosa nel suo grembo, là dove la collina si apre sotto la Lions Gate… qui sotto Gerusalemme si era rifugiata più volte durante un attacco difficile; era tornata nella pancia che l’aveva partorita, e queste pareti squamate da un paziente lavorio di scalpello, erano come la pelle dell’utero della terra”.
È in questo passaggio dalla realtà fisica a quella del simbolo che risiede la parte finale del libro (“come se d’Israele non fosse rimasta che la parola”), quando i due si isolano nel deserto per ascoltare il suo respiro (“E vedevamo i corvi come guardiani dell’infinito, e nel mare una promessa di pace” ). E poi il ritorno alla civiltà, perché l’astrazione è pericolosa, e lo spirito diventa un rifugio senza la realtà tangibile del corpo (“E l’utero di una madre è come l’utero della terra: le appartieni”).
Così il romanzo si conclude con la solidità della carne umana, con la stessa fisicità dell’inizio, ma ora si tratta di fisiologicità trasfigurata da una promessa di riscatto. E il soggiorno a bordo della nave non fa che mettere in risalto una metamorfosi dell’anima che è dovuta passare attraverso il dolore per capire la vita.


RASSEGNA STAMPA

“Questo bel libro di gusto americano basato com’è sull’azione nei temi e sui dialoghi nello stile, respira aria di giovinezza per le problematiche che vi son svolte e non può non interessare i giovani” NANDA PIVANO.

IL GIORNALE, 2.7-’98: “Pratica, tascabile come un pocket mondadori, Melanie Moore, è una scrittrice tutta da sfogliare. Perché il sospetto è che una natica finalmente pensante possa cambiare la visione del mondo…”

LA STAMPA, 5.7-’98: “… libri scritti a briglia sciolta, con ritmo e immediatezza quasi cinematografica.”

DONNA MODERNA: “Una giovane autrice capace di esprimere sensazioni e aspirazioni dei suoi coetanei…”

GIOIA: “un romanzo fresco, a tratti forte, su amori, speranze, aspettative, tormenti e aspirazioni dei giovani d’oggi…”

IL GAZZETTINO DI VENEZIA: “Una nuova autrice che scrive di getto, con entusiasmo, istintività, carnalità…”

AMICA: “Scritto con slancio, è il ritratto di una generazione che cerca di resistere allo sbando delle ideologie.”

L’ARENA (Verona): “Chissà come sono i quadri di Melanie Moore. A giudicare dal suo scritto devono essere tinte fluorescenti. Blu elettrico, rosso lacca, rosa shoking, forse fibre sintetiche. Il libro infatti è tutto un rapido susseguirsi di toni forti, macchie crude che descrivono una giovinezza in bilico tra solitudine e angoscia. Marcata dalla precarietà. L’iniziazione alla vita di una ragazza, Elizabeth. Che vive il presente come fosse l’unico tempo possibile.(…) Testo essenziale come una scenografia, è reso con tecnica cinematografica. E del documentario conserva la presa diretta. Mezzo che rende al meglio la fragilità e la vulnerabilità dei protagonisti. Ma anche la loro forza di non cedere al compromesso. (…) Un libro che piacerà ai più giovani. E a chi ha uno spirito ribelle.”

LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO: “Già transitata sul palcoscenico del Parioli Melanie non disdegna affatto la ribalta, e tuttavia sembra animata da una sincerità di fondo e certamente è sorretta da un’ossessione salvifica per la scrittura…”

NOVELLA 2000: “Il suo segreto? Il talento, certo, ma anche una sensualità che non ha nulla da invidiare a quella dei personaggi dei suoi romanzi.”

STOP: “Melanie ha vissuto un’adolescenza turbolenta che ha voluto riproporre, in chiave autobiografica, nelle pagine dei suoi libri.”

INTIMITÀ: “La vita mi sorprende molto di più di quel che saprei inventare. Non ho avuto la fortuna di scrivere accudita da quattro mura.(…) Liz è una sedicenne che per amore di Roy fugge a Parigi. Liz e Roy conoscono la crudezza della strada ma frequentano anche l’alta società, il mondo della moda, degli artisti. Liz dipinge e scrive, scrive e dipinge, come fa anche Melanie nella realtà. ‘Scrivere è come un virus d’entusiasmo, spiega l’autrice, ti colpisce e, se non lo butti fuori, ti corrode’. E in fondo anche Liz è così, un personaggio eccessivo che si butta senza riflettere, ma che alla fine imparerà a dare equilibrio alla sua esistenza.”

DONNA MODERNA: “Ecco una storia che piacerà a chi ha uno spirito ribelle. È quella di Liz, una sedicenne che scappa di casa per amore. Ma, soprattutto, questo è un libro scritto da una giovane autrice, capace di esprimere sensazioni e aspirazioni dei suoi coetanei. Il romanzo, che sembra autobiografico (e forse lo è ) mescola e intreccia situazioni d’amore, di dura gavetta e di vita quasi ordinaria.”

WEEKEND, SUPPLEMENTO A IL RESTO DEL CARLINO, LA NAZIONE E IL GIORNO: “Ha scritto questo libro a vent’anni e lo ha continuamente rivisto e limato (l’editore le ha fatto buttare 500 pagine) ma lasciando inalterata la caratteristica di fondo: un romanzo in presa diretta, di una ragazza che vive giorno per giorno, alle prese con problemi immediati (un pasto, un letto) e tuttavia partecipa con gioia alle piccole cose che fanno grande il suo mondo: in primo luogo l’amore. Fernanda Pivano ha notato nel libro un Gusto americano e trova che “respira aria di giovinezza per le problematiche che vi son svolte. Forse il dialogo è un po’ concitato, ma i giovani parlano così.”

L’ADIGE: “Ben presentata da Fernanda Pivano, che giustamente evidenzia lo stile rapido e conciso, basato su brevi dialoghi, in genere su frasi brevi, la Moore rende però il suo tempo… così frastagliato anche a livelli di mode e significati, non solo di significati reconditi, nonché la messa in crisi dei valori, di una loro (immaginaria, imposta o anche reale?) gerarchia. Il libro si chiama con apparente ossimoro, Luna di Carne: antiromantico, il personaggio di Liz, giovanissima artista in rotta (mai politica) con i suoi e il mondo di provenienza (…) piange poco, pochissimo, talora sembra farlo più che altro per spleen. Talora c’è la riflessione, sempre legata, poi, al disincanto più totale; più spesso ancora, però, è significativamente l’aspetto visivo ad essere dominate: dopotutto, in quel momento, non ero che un personaggio di carta. Ciò, peraltro, non implica certamente un relativismo totale, sicuramente però, una presa di distanza: la vita cioè, come “gioco” nel senso di Hizinga (homo ludens, questo il titolo del grande storico della cultura olandese) cioè un affare maledettamente serio; inoltre la vita rivissuta o ricreata dalla letteratura. Particolarità stilistiche e linguistiche le riscontrerà il lettore (e ve ne sono parecchie)….”

PRATICA: “Nel primo libro autobiografico di Melanie Moore dominano i dialoghi e c’è poco spazio per le descrizioni, gli aggettivi e i punti di vista personali. Ne conseguono 150 pagine con il piede sull’acceleratore…”

IL MATTINO: “Scrivere è un ponte sull’esterno: volevo comunicare, e l’ho fatto con molto esercizio alle spalle. E poi quest’incisività mi viene dalla vita on the road: se tocchi la crudezza, senza la protezione di genitori o soldi, è inevitabile scrivere in diretta, con questa tecnica cinematografica.”

LA PROVINCIA (Cremona): “L’effetto è quello di un romanzo scritto con uno stile immediato, rubato al cinema, ai ritmi sincopati dei videoclip. Il linguaggio immediato, spesso duro, senza mediazioni, non lascia dubbi sulla difficoltà della vita da bohèmes, ma neppure sulla magia del mondo dell’arte, della moda della capitale francese. (…) La frenesia di esperienze, di vita vissuta, di incontri esaltanti ma anche torbidi si riflette nello stile di Luna di Carne. L’autrice, cronista di se stessa, non indugia, non si abbandona a riflessioni, ma fa parlare ogni cosa, utilizza i dialoghi, serrati, quasi schizofrenici, per descrivere l’ansia dei suoi personaggi che, inevitabilmente, la riflettono. L’impressione è quella di trovarsi non di fronte a un romanzo, ma ad una sceneggiatura cinematografica. Brevi capitoli, battute di dialogo, vivaci nel ritmo dell’intessitura dialogica, fanno di luna di carne un romanzo d’avventura, ambientato nel ritmo accelerato di una metropoli attraversata con precarietà dalla new generation. (…) Al di là di facili sintesi Luna di carne vorrebbe svegliare la generazione X dal suo torpore e almeno nei ritmi narrativi sembra raggiungere lo scopo.”

GAZZETTA DI PARMA: “..un’ingenuità che, a dispetto di un fisico prorompente e una posa da sexy-vamp, è perfettamente visibile negli occhi della Moore, due occhi grandi da cerbiatta, che sembrano ancora immuni, nonostante tutto, dal grande caos – sociale ed umano – che hanno visto e vissuto.”